Ronald

Dai diari di Giulio Acquaviva

File Personale: Ronald Kewp

Se fossi un analista, ma anche se mi occupassi a livello amatoriale di psicologia, o quanto meno di interpretazione della personalità, avrei molto materiale per riempire questa piccola appendice documentale.

Purtroppo non lo sono, pertanto mi limiterò a buttare giù due appunti per lasciare alla memoria questa fantastica persona, che, credo inconsapevolmente, ha contribuito a rivoluzionare la mia vita per sempre.

Della questione “cosa diavolo ci fa il figlio di un americano a Maruggio?” devo essermi già occupato. Anzi, questa fatidica domanda è già comparsa per caso tra le mie pagine. Leggo negli occhi di Antonio e di Gregorio che anche loro, volenti o nolenti, quella domanda se la devono essere posta. Per nostra sfortuna,  nessuno di noi conosce ancora la risoluzione a questo quesito. Quello di cui siamo assolutamente certi, o, per evitare di compiere illazioni, di cui io sono assolutamente, mirabilmente, eccezionalmente certo, è che il diavolo (ma se non lui, una non meglio precisata entità oscura), da Maruggio, lo ha trasportato sulla mia strada.

E so bene (perché il vecchio Paolo questo punto lo ha chiarito senz’ombra di dubbio), che tutti gli eventi che ci hanno portati ad essere quello che ora siamo, sono stati scatenati dalla sua nefasta presenza.

Ronald è quello che potrebbe essere definito un catalizzatore. Ciò mi fa sorridere, perché so che avrebbe tante difficoltà nel pronunciare la parola “catalizzatore”, ma sa benissimo cosa sia un catalizzatore. È un chimico, mi piace credere che lo sappia.

La straordinaria capacità di questo ragazzo risiede nel fatto che ha sconvolto, con le sue improbe e sconsiderate azioni precedenti, parecchie vite, eppure non sembra esserne stato minimamente scalfito.

Era, è e resterà sempre, nel profondo, un puro Maruggese (*).

Ho già dovutamente narrato di come, per puro caso, mi sia imbattuto in Ronald, quella sera in cui tutto ebbe inizio, ed anche di come questo bislacco incrocio tra un Ronald Reagan ed un Principe Edoardo di Edimburgo fosse in possesso di un libraccio, una specie di grimoire da quattro soldi all’interno del quale, a suo dire, fossero raccolti chissà quali e quanti misteri.

Ebbene, Ronald è un ragazzo come ne vedo tanti. Uno di quelli che, annoiati dalle serate di provincia sempre uguali a se stesse, decidono di scacciare la noia sfondandosi di droghe, ubriacandosi o facendo sedute spiritiche. Un classico.

I più fortunati di loro prima o poi finiscono in pronto soccorso alle ore più assurde, ovvero proprio nel momento in cui, dopo ore di turno, stai finalmente per smontare ed andartene ad abbracciare Morfeo, quando per gli altri mortali giunge ormai il primo raggio di Aurora. E ti costringono a rinviare il tanto agognato sonno dei giusti. I più fortunati.

Quelli che invece viaggiano inconsapevolmente con un bersaglio addosso (di quelli con la scritta “Oh sfortuna, colpiscimi in pieno!”), assistono ad indicibili atrocità. Spesso, questi, non hanno nemmeno la (s)fortuna di raccontare a qualcuno quello che è successo loro.

Ma lui sì.

L’impavido, l’incommensurabile ed ineffabile anglo-maruggese (sì, perché in realtà pare che suo padre provenga dalla Perfida Alba, al contrario di quanto per mesi lui ci ha lasciato credere), non solo sopravvive, ma riesce anche a trascinare centinaia di altre persone nella merda che ha scatenato.

Che (s)fortuna!

Pare fosse una notte di prima estate, – e mi scuserò con il Bardo, ma le tempistiche del suo semiconterraneo non le ho scelte io, altrimenti avrei ben deciso fosse di mezza – quando, richiamato da alcuni folli amici, il Kewp (pronuncia Chiupp), venisse trascinato in una conventicola di altrettanto bizzarri aspiranti M.me Blavatsky, teosofi gnostici di quelli che acquistano una Oui-Ja dalla Hasbro e la pronunciano O U I G IA. Ma tant’è… questa è la cultura del nostro ilico secolo. Recatosi a cotanta mistica liturgia, dovutamente si sedeva attorno all’altrettanto immancabile tavolo, coi mignoli uniti o che so io, mentre l’officiante incappucciato inanellava imprecazioni in linguaggio babelico, o forse in latino maccheronico, fino al punto che il calice al centro del tavolo emerge un possente borborigmo ed inonda la stanza di fumi, odori, luci abbaglianti, fiamme lambenti eccetera eccetera.

Ronald apre gli occhi e… sono tutti stati inghiottiti tra le fiamme dell’inferno, tranne lui. Nella stanza, oltre a lui, oltre alle bottiglie di malto vuote ed al posacenere pieno di mozziconi di hashish, (deduco), è rimasto solo questo volume.

Lo ruba e scappa via.

Il resto è storia nota: lui che si imbatte in noi al pub la sera della prima apparizione, lui che non vuole dar retta al mio Seth che cerca di salvargli la vita, lui che mi accusa di avere una casa piena di vermi, lui che è la causa dei vermi nella mia casa, lui che apre le porte che non dovrebbe aprire e chiude quelle che dovrebbe tenere aperte, che fa i capricci quando non accettiamo le sue imbecillissime proposte, che si frappone tra uno di noi ed un demone in un balzano impeto di coraggio, che ci aiuta a rialzarci e ci accusa di essere caduti, che spara acqua santa ma non crede nella santità.

Un perfetto e completo Maruggese (*).

(*) Nota dell’Autore: un giorno spiegherò chi sono i Maruggesi anche a coloro i quali vivono fuori dalla nostra zona, promesso.

Terzo intermezzo

Un altro vecchietto. Anche questo morto in modo strano. Una morte dolorosa si direbbe dalla sua espressione. È grottesca e ributtante, quegli occhi spalancati e gil angoli della bocca tirati… sembra uscito da un quadro di Bosch. Scommetto che anche questo avrà il cervello “rinsecchito”. Cosa sta succedendo a questi cazzo di vecchietti manduriani? È la televisione? È la solitudine? Scommetto che Giulio direbbe qualche stronzata in proposito, le dice sempre, con il suo tono saccente, ha studiato a Bologna lui, lui è un medico serio, lui. Cosí serio che sta in ospedale il minimo indispensabile, salta i turni, chiede permessi, non si fa mai vedere quello stronzo. Ed il lavoro sporco tocca sempre a noi poveri scemi che non abbiamo studiato fuori. Sempre avanti e indietro lungo questo triste corridoio, sentire le ruote che cigolano, che si bloccano all’improvviso, che lavoro disgustoso. Sempre morti, morti ad ogni ora. Questi qui poi, sono anche peggio, fanno anche piú schifo degli altri, uno schifo cosí schifoso che ti ipnotizza, gli occhi spalancati, le narici allargate, la fronte corrugata in questo modo, io non riesco a corrugare la fronte cosí, forse perché non sono vecchio, ma secondo me anche da vecchio non ci riuscirei. Invece questi hanno tutti la stessa espressione con le stesse caratteristiche, occhi aparti alla stessa maniera, fronte con tantissime rughe. Troppe rughe. Bocca spalancata con le labbra tirate, hanno tutti una bocca enorme. Non è la televisione, non  è neanche la solitudine. A furia di guardare questi maledetti vecchiacci divento anche io un investigatore, come Giulio e i suoi discorsi del cazzo.

Rantolava o è stata una mia impressione? Dio come odio questi turni di notte, sono sempre l’ultimo stronzo a rimanere qui, sempre il fesso che viene fregato da tutti ed ora mi faccio fregare da me. Non rantolava. O rantolava? Era il cigolio delle ruote e il fatto che sono solo, ho sentito quello che non volevo sentire, è quella cazzo di faccia, quell’espressione da Bosch. Anch’io ho studiato, faccio questo lavoro di merda ma ho studiato anch’io, certo non ho frequentato l’università ma non per questo sono scemo. Non ha rantolato. È morto e stramorto, morto come tutti gli altri, morto come tutti lo saremo… ma se non fosse veramente morto? Non ci sono casi di morte apparente? Magari sembra morto ma non lo è, come nelle cose della settimana enigmistica. Forse anche gli altri non sono morti. Non erano morti. Adesso saranno morti per forza. Credo. Come odio questo turno.

Certo che è brutto forte, sono brutti forte, tutti insieme qui, fanno un certo effetto, non spaventoso come credevo. Mi sto abituando, è un brutto bello, uno di quei brutti che non ti stancheresti mai di guardare, un brutto che vuol dire qualcosa, un brutto che comunica, la rivalsa dei brutti. La rivalsa grazie ai brutti. Tutto quello che ho sopportato, tutto quello che devo sopportare. Perché lo devo sopportare? È come se questi morti in qualche modo mi ispirano, come se ora so cosa fare. Ora. Fare.

“Oh… Il Diavolo” (quinta parte)

Il ragazzo tirò fuori una storia strana, ma tipica dei ragazzini suggestionabili che, in cerca dell’avventura, e per riempire la loro triste e vuota vita, si lasciano trascinare in bizzarre rievocazioni occulte, senza comprendere pienamente né quello che fanno, né perché lo fanno.

Pare che qualche mese prima fosse stato accompagnato da un amico ad una seduta spiritica, in cui, tra effetti speciali di infimo ordine e colpi di scena degni del peggior Mandrake, fossero tutti scomparsi. L’unica cosa rimasta era quel libro, che ora aveva in mano. Un libraccio mal rilegato all’interno del quale erano descritte evocazioni demoniache, celebrazioni liturgiche col sangue di gatto e di lucertola… insomma tutto il mondo del paranormale condensato in una specie di bignamino per coglioni.

Ce l’aveva in mano e lo sfogliava con accanimento, manco fosse il Necronomicon.

Il Necronomicon!

Le suggestioni di quanto accaduto mi portarono istintivamente a guardarmi attorno guardingo, quasi aspettandomi di essere avvinghiato dal tentacolo di un polpo gigantesco.

“Basta”, dissi. Mi guardarono tutti con la faccia un po’ perplessa, quasi a dirmi che fosse stato per loro avrebbero subito smesso, ma evidentemente quello che stava accadendo non era colpa loro. Il tutto in uno sguardo.

Eppure… chi è questo ragazzo mezzo americano che entra in casa mia e mi racconta un sacco di palle su riti per adolescenti annoiati e mi propina un libraccio da quattro soldi?

“Via tutti, devo dormirci su”.

***

Passai una notte inquieta, popolata di polpi, amebe, meduse e strani esseri. Di sotto, sentivo Seth muoversi come un ossesso per ogni stanza. Nemmeno lui, piccola creatura, riusciva a dormire.

***

La mattina dopo mi venne in mente qualcosa: suggestione per suggestione, occorreva comprendere la natura di quei segni lasciati nel mio studio. Richiamai i miei forzati compagni d’avventura (perché potendo scegliere dei compagni di avventura avrei preferito una bionda mozzafiato da salvare dalle zanne di un vampiro, come nella migliore tradizione gotica, piuttosto che uno sbarbatello maruggese che balbetta e farfuglia) per radunarli a casa mia.

Qualche mezz’ora e qualche caffè dopo, nello scorrere le notizie di “Buongiorno Manduria”, ci imbattiamo in uno strano articolo.

 

Ragazza trovata morta sulla Via per San Cosimo

Alle prime luci dell’alba, un anziano contadino, S. C., mentre si recava nel suo vigneto ormai prossimo alla vendemmia, si imbatteva nel cadavere dilaniato di una ragazza. Avvisate tempestivamente le forze dell’ordine, il 74enne manduriano ne attendeva l’arrivo. I carabinieri intervenuti sul posto lo trovavano in evidente stato di shock. Dopo i rilievi, il corpo è stato trasferito in obitorio per essere ricomposto in attesa di eventuale perizia medica legale. Le autorità si sono chiuse nel più stretto riserbo sull’identità della giovane donna e sulle cause del decesso, ma si fa strada l’ipotesi di un’aggressione da parte di cani randagi, che ne avrebbero scempiato il corpo a morsi. Il magistrato intervenuto sul posto…

 

Un degno inizio per una giornata che si preannunciava già tutt’altro che normale. Con uno sguardo, io e Antonio telefoniamo nei rispettivi posti di lavoro. A me risponde Giulia, l’infermiera di turno, che mi spiega brevemente i dettagli di come quelli del 118 hanno trovato il corpo al loro arrivo. A lui, in commissariato spiegano che si tratta della cameriera del Pub… lo vedo impallidire, e quando ce lo riferisce, non possiamo far altro che fare due più due: lo avevamo intuito tutti che qualcosa non andava. Gregorio si lascia andare, sciorina una sequela di bestemmie ed imprecazioni come solo un manduriano verace può fare. Ronald sembra essere stato messo in un frullatore.

Ormai le suggestioni si mescolavano talmente fitte con la realtà che era difficile distinguere le une dall’altra. Non so più come né perché a qualcuno di noi venne in mente che, essendo ormai evidente una presenza quanto meno non umana, bisognava utilizzare strumenti altrettanto straordinari. Ronald e Gregorio si offrirono volontari per recarsi sul posto degli eventi della sera prima, per vedere se ci fossero segni di quanto successo. Antonio, finita la telefonata, decise che bisognava procurarsi acqua santa. Lo ripeteva quasi come un mantra: “acqua santa, acqua santa”. Con uno sbuffo, li guardai uscire tutti da casa mia, e mi lasciai scivolare su una poltrona; Seth accorse subito per appoggiare la sua enorme testona sul mio ginocchio.

Di lì a poco avrei scoperto quello che gli altri avevano fatto: Ronald e Gregorio alla Chiesa Madre e Antonio dai Passionisti… e ciò non avrebbe fatto altro che confondermi ancora di più.

Il mio scetticismo scosso fino alle fondamenta da un terremoto il cui epicentro pareva trovarsi esattamente a casa mia. Non sono cose che capitano tutti i giorni, mi dissi.

***

Ronald e Gregorio tornarono dalla Chiesa Madre con una mezza bottiglietta d’acqua santa trafugata dalla Chiesa Madre. Gregorio mi descrisse brevemente la sorpresa che avrei avuto se avessi utilizzato il liquido sulla macchia scura nello studio, così come aveva sperimentato lui stesso con Ronald pochi minuti prima. Con la fronte aggrottata, presi un tampone, lo intinsi nell’acqua santa e lo poggiai sulla sostanza scura e viscosa presente sul pavimento e sul muro. Una breve fiammata mi fece trasecolare. L’acqua santa bruciava letteralmente. Riprovai. Questa volta fui meno accorto e fu come se avessi lanciato una molotov: tutta la macchia si infiammò e scomparve rapidamente.

Nel frattempo, Antonio era tornato dai Passionisti senza essere riuscito a procurarsi l’acqua… ma mi alzai di scatto e decisi che era giunto il momento di far benedire la mia casa da un prete. In quel momento, la cosa mi sembrava perfettamente logica. Come avevo fatto a non pensarci prima?

Uscimmo tutti insieme da casa per andare a chiamare uno dei padri passionisti, il cui convento si trovava vicino casa mia. Sulla soglia trovammo uno strano invito. “Cerimonia di ricongiungimento spirituale, questa sera, a mezzanotte”, lesse Antonio. Sul retro c’era il disegno di una stella. Troppe cose, troppo in fretta. La mia mente sembrava quasi rifiutarsi di immagazzinare tutti quegli stimoli, di rielaborarli… Non riuscivo a trarre alcuna linearità in quello che stavo vivendo.

Secondo intermezzo

La notte eterna. La sofferenza perpetua. L’Abisso.
Solo parole. Non potevano essere che vuote parole, eppure ciò che aveva studiato, ciò per cui era stato preparato da ragazzo, non era solo un mucchio di parole. Era qualcosa di reale, intangibile certo, ma reale. Reale come la scrivania a cui era seduto, come la penna che tremante teneva in mano. Anche le parole ed i concetti che scriveva erano reali, benché intangibili.
Cosí anche i dèmoni che cercavano di entrare in casa sua erano reali. Li aveva bloccati con un bando, ma sapeva che le sue forze non sarebbero bastate, presto sarebbero entrati ed allora avrebbe pagato tutti gli errori commessi nella sua vita.

Scriveva il suo diario, scriveva perché altri dopo di lui leggessero gli antichi insegnamenti e riuscissero dove lui aveva fallito. Doveva scrivere nonostante i tremori e le febbri, doveva scrivere nonostante le allucinazioni, forse il bando non stava già funzionando, vedeva le lettere muoversi sul foglio bianco, le frasi perdere di senso, la mano senza controllo vergava segni osceni tra una parola e l’altra. Il caldo nella stanza gli faceva girare la testa, forse tutta la stanza girava, ma lui doveva continuare, piú fosse riuscito a scrivere e piú ci sarebbero state possibilità per il futuro. Il futuro. Forse il suo diario sarebbe andato distrutto o forse sarebbe risultato illeggibile, non aveva tempo per riflettere sul futuro. Non aveva piú futuro. Doveva far sí che almeno gli altri lo avessero. Ma era cosí difficile, cosí faticoso, la nausea, le oscenità, le visioni. I dèmoni erano sicuramente entrati, sentiva i loro artigli dilaniargli le carni, devastarli il cervello, distruggergli l’anima. Ad ogni parola che scriveva lui scompariva sempre piú, aveva ormai smesso di scrivere consigli e rituali, stava solo raccontando gli ultimi istanti della sua vita. La vita di un vecchio troppo stanco per tenere una penna in mano.

“Oh… Il Diavolo” (quarta parte)

Fu esattamente in quel momento che lo realizzai. Fissavo il Mac. Fissavo il cavo di alimentazione. Fissavo la presa. Il cuore sembrava volermi scoppiare dal petto. Tutti i miei appunti. Mi precipitai alla scrivania e provai a ricollegare il cavo: il Mac si accese. Non mi era mai sembrato di attendere tanto tempo all’avviamento e sbuffavo inquieto, la tensione evidentemente percepibile dal viso, tanto che gli altri si chiedevano cosa mi stesse succedendo. Li ignorai. Cosa ne sapevano, questi, dei miei appunti?

Completamente andati. Tabula rasa.

Sbattei un pugno sul tavolo ed andai a guardare nell’armadio. Molti dei miei appunti erano in forma cartacea, ma ovviamente sparsi ed alla rinfusa. Erano ancora lì. Ci volle qualche istante prima che riprendessi il controllo di me.

Intanto Ronald aveva preso un foglio dalla scrivania e stava scarabocchiando qualcosa con la matita. Ci avvicinammo per guardare.

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“L’Ombra”.

Aggrottai la fronte. L’avevo vista solo per alcuni attimi, ma fui certo, completamente certo, che aveva esattamente quell’aspetto.

Ma dove l’avevo già visto un muso del genere?

Mi spostai verso la libreria. Leggere i titoli dei libri mi aiuta a focalizzare il contenuto.

“La religione egiziana”. Afferrai immediatamente il volumetto e lo sfogliai con l’aria di sapere esattamente dove cercarlo. Seth. Scossi il capo. La somiglianza c’era, ma solo nel muso e nelle orecchie. Con una scrollata di spalle rimisi a posto il libro. Non aveva senso, ma sarebbe stato davvero bizzarro, per non dire paradossale, se un dio geloso di cinquanta miliardi di anni fa si fosse ingelosito perché io ho chiamato come lui il mio cane.

Fu proprio mentre armeggiavo coi libri che Ronald parlò, con voce insicura.

“Ho una storia da raccontare. Anche io ho un libro”.

Ah, fantastico. Il pupo sa leggere.

Dalla finestra ancora aperta sul cortile si insinuava un vento freddo. Gelido. Troppo, per essere una notte d’agosto. Ma, pensai, dopo quello che avevo visto, ben poche altre cose mi avrebbero turbato.

Mi sbagliavo.

Intermezzo

La figura che arrancava lentamente nella notte una volta era un uomo. Il suo volto sfigurato, i lineamenti una maschera informe di carne piagata, la bocca troppo grande e con denti aguzzi, poteva in qualche modo ricordare la sua natura precedente, ma era solo un ricordo niente piú.
Le braccia protese in avanti, le mani lunghissime che terminavano con artigli al posto delle unghie, si agitavano senza controllo, non c’era un cervello a controllare quei movimenti, non un cervello umano.
Ogni passo era guidato da una sola cosa, l’istinto. L’istinto ferino del predatore, l’istinto del sangue.

Una volta era stato un uomo, aveva avuto dei pensieri e dei sentimenti, aveva amato ed aveva pianto. Aveva sperato ed aveva creduto, si era illuso, arrabbiato, stancato. Adesso tutto questo non sapeva nemmeno potesse esistere, tutto ciò che era stato prima o che sarebbe potuto diventare non esisteva. Esisteva lui ed esistevano le sue prede, Esistevano la carne ed il sangue. E gli piacevano. Il piacere era rimasto, un piacere distorto, aberrante, ma pur sempre piacere. Non poteva sentire stanchezza, non poteva provare rabbia, non credeva in niente e per niente si illudeva; i suoi occhi maligni erano privi di lacrime, il suo cuore non batteva piú. Il piacere della carne lo trascinava avanti, lo guidava verso altri disgraziati. Chi non veniva divorato diventava come lui. L’ombra che lo animava andava ad “accarezzare” i sopravvissuti. L’oblio eterno, senza ritorno.

La luna rossa illuminava le strette stradine tra i palazzi, gli schizzi di sangue sui muri e sui marciapiedi, le zanne e gli artigli, i corpi dilaniati e le viscere strappate. I vivi e i morti.
Incredibilmente niente sembrava fuori posto, tutto sembrava come doveva essere, come era sempre stato.

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“Oh… Il Diavolo” (terza parte)

Casa mia potrebbe essere considerata una di quelle palazzine signorili che sorgono sulle vie più importanti di qualunque centro abitato d’Italia. Una casa troppo grande per una persona – così, credo, mi vedano gli altri – troppo sola. Non che mi interessi l’opinione degli altri su di me: ci ho provato, non ci sono riuscito, vivo insieme a Seth, fine.

Ed erano proprio i guaiti prolungati di Seth che provenivano da dietro al portoncino? O forse me li stavo sognando, come tutto il resto?

Essere accolto da guaiti che raggelano il sangue è piuttosto inconsueto per chi convive con un mastino inglese: di solito quasi cento chili di cane ti saltano addosso per festeggiarti…

Lanciai uno sguardo ai miei occasionali accompagnatori: a quanto pare li sentivano anche loro. Storsi appena il naso e mentre aprivo la porta provai a chiamare Seth per rabbonirlo. Gli altri mi seguirono sui gradini.

Il portoncino lasciò entrare una lama delle luci arancio della strada, i miei occhi non erano ancora abituati alla penombra, ma la vidi.

Una forma nera che si allontanava dal mio cane e fuggiva indietro, verso la finestra che dà sul cortile dall’altra parte.

Fuggiva… ma non è proprio quello che faceva. In realtà, la stavo vedendo ritrarsi ai bagliori che provenivano dalla strada. Mi sfuggì un “Oh cazzo!”, di tutto cuore, che spinse Antonio ad affacciarsi all’ingresso, e dopo di lui anche Gregorio e Roland. Penso che avessero conto tutti e tre quel movimento d’ombra.

Seth era lì, rannicchiato davanti all’ingresso. Mi chinai su di lui e ci vollero più di una coccola e due parole per calmarlo, tanto più che, dopo aver acceso la luce, mi accorsi che al lato del collo, tra la peluria color crema, si annidavano due puntini insanguinati, come se due punteruoli affilati e sottili avessero perforato la sua pelle.

Sgomento, raggiunsi la borsa medica che tengo vicino all’ingresso, mentre indicavo agli altri di entrare, ma senza far troppo caso a loro, per poter medicare Seth. Avevo momentaneamente accantonato l’ombra.

Non ci volle molto per medicarlo, le ferite erano molto superficiali. Intanto gli altri si guardavano attorno, anch’essi abbastanza confusi e disorientati da quanto era successo: prima, al pub, e poi qui.

Già… ma cosa era successo? Cosa stava succedendo esattamente? A questo, mi costrinsi a pensare mentre tornavo ad occuparmi dei miei ospiti.

“Avete visto anche voi?”. Ronald annuì e balbettò qualcosa che, dopo un’attenta analisi paleologica, doveva suonare più o meno come: “La stessa ombra della birreria”. Pare che la parola “birreria” nasconda insidie glottologiche di rara crudeltà.

Preso un respiro, mi avvicinai alla finestra dall’altra parte dell’atrio. Era chiusa. La spalancai, mi affacciai ma non si vedeva assolutamente nulla, se non i bagliori lontani di Manduria illuminata scarsamente per la notte. L’aria era stranamente fresca. Piuttosto fresca per essere una notte d’estate.

Ma per quale strano motivo un’ombra, ammesso che non sia un’allucinazione collettiva, si trova in casa mia?

Provai a riflettere con più lucidità. “Se è un’ombra”, lo dissi ad alta voce, come a voler rendere partecipi gli altri delle mie riflessioni, “ci deve essere sicuramente un corpo che la proietta, da qualche parte”. Quelle riflessioni non parvero acquietarmi, né me né gli altri, a dire la verità. Decisi che era arrivato il momento di guardarmi attorno: mi sembrava come se quella dove mi trovavo non fosse casa mia, come se all’improvviso mi fossi accorto di aver vissuto gli ultimi anni della mia vita in un posto sconosciuto. Mi sorpresi a trasecolare; quello in cui mi trovavo, di punto in bianco era diventato un luogo estraneo, che nasconde ombre ed in cui nemmeno il mio enorme cane si sente al sicuro.

Proprio mentre gironzolavo per casa, con gli altri alle calcagna, smarriti quanto me, mi accorsi che, nello studio, l’alimentatore  del mio Mac era staccato e abbandonato come un serpente morto in mezzo alla stanza. La presa di corrente era imbrattata di una sostanza scura, a prima vista viscida e gommosa. Un odore strano permeava lo studio: un intenso odore di formaldeide. Il mio cuore mancò un battito.

Allora davvero qualcuno è stato qui. Né io né Seth imbrattiamo la casa di merda, e non uso di certo la formaldeide… non sono un fottuto medico legale, io.

Quello che avevo fino a quel momento soltanto pensato, stavolta lo dissi ad alta voce. Forse in maniera più colorita di come l’avevo formulato mentalmente: “Cosa cazzo sta succedendo?”.