“Oh… Il Diavolo” (seconda parte)

Ebbene…
Quella sera in birreria c’era un concerto non propriamente degno dei miei parametri musicali: uno di quei gruppi di ragazzini coi capelli davanti agli occhi che si tagliano le vene, il classico tipo che ti ritrovi in pronto soccorso per un tentativo di suicidio andato male. C’era anche qualche conoscente. Non posso dire di avere una vita sociale particolarmente attiva, ma non sono nemmeno un eremita. C’era Gregorio, il meccanico della zona di Sant’Angelo, l’ispettore De Padova, il gruppo dei radical chic che di solito utilizzano i tavoli scrostati della birreria per costruire castelli di fumo su fondamenta di aria fritta, alcuni ragazzi parcheggiati al bancone, il barman dai denti a coniglio… le solite facce.
Terminato il concerto, decido di uscire a prendere una boccata d’aria e non devo essere il solo ad avere quest’idea.
In effetti ci ritroviamo in quattro, nella piazzetta tra la birreria e la chiesa, quando all’improvviso, cala la tenebra.
Non credevo di aver mai visto un buio così fitto come quello, ma l’avevo attribuito inizialmente a quelle manie di risparmio energetico forzato, ovvero a malfunzionamenti della rete comunale di illuminazione del centro storico. Di fronte a me, un corpo riverso, in una pozza di sangue.
Lo ammetto, l’istinto medico prende sempre il sopravvento quando mi ritrovo in una situazione del genere.
“Cazzo!”, in un paio di passi sono sul corpo. Quando sto per accertarmi almeno delle condizioni di questa ragazza – sì, anche se a pancia a terra, te ne accorgi, che è una ragazza – all’improvviso la sua testa ruota di centottanta gradi e con un rapido movimento del bacino si raddrizza (nel vero senso della parola), si mette in piedi e tenta di afferrarmi. La gola e il ventre sono squarciati. Le sue mani sono artigli. Il suo volto sfigurato in un ghigno innaturale. È la ferocia. È il cadavere più maledettamente energico e vitale che abbia mai visto. Raggelato, faccio qualche passo indietro. L’ispettore De Padova è più pronto di me. È anche più armato di me, lo ammetto. Rischiando di impallinare me, esplode qualche colpo, ma nemmeno così quella… cosa (come potrei definirla?) si decide a morire. Quanto meno, però, è abbastanza intimorita da fuggire via. Gregorio il meccanico è abbastanza stupefatto. C’è un ragazzo con noi che sembra essere completamente terrorizzato e fissa le pareti delle case attorno. Farfuglia, gemendo, di aver visto un’ombra. Le luci ritornano, e con esse i rumori della sera: non mi ero accorto che l’oscurità aveva steso attorno a me – a noi – una coltre di silenzio. Questa sensazione mi fa rizzare i peli. Decido di tornare a casa. Ho bisogno di fumare e bere qualcosa di forte. In uno slancio di altruismo, chiedo ai miei compagni, colpiti quanto me, se non di più, se vogliono aggregarsi.
Questo ragazzo, quasi sollevato, si accoda subito. Dice di chiamarsi Roland. “Come il pagliaccio del McDonald”, mormoro. “Ronald”, ripete lui, balbettando mentre si guarda attorno. “Avete visto anche voi l’ombra?”.
No, in effetti io ero alle prese con il cadavere sfigurato di una donna che ha provato ad uccidermi. Non avevo il tempo per gingillarmi inseguendo ombre.
Passando davanti all’ingresso della birreria, incrociamo i ragazzi del gruppo. Uno di essi ci fissa – o meglio, mi pare che fissi proprio il ragazzo – e sussurra, abbastanza udibile: “Oh, il Diavolo!”. Allungo il passo verso casa. Se tutto questo è una messinscena del flemmatico padrone della birreria, o una di quelle sceneggiate di arte visiva contemporanea, è sicuramente pessima. Non ho molta voglia di parlare, maledetta la mia voglia di socialità… Alzo il passo, ma ormai ho tre persone che mi seguono a casa. Mi sembra sgarbato cacciarle.Mentre penso a come fare per togliermeli di torno quanto prima, sono ormai di fronte al portoncino. Mi consola che anche i miei ospiti non abbiano tutta questa voglia di conversare. Mi scoppia la testa, voglio prendere due compresse ed andare a letto. Ma…

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3 risposte a ““Oh… Il Diavolo” (seconda parte)

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