Giulio Acquaviva (prosaicamente, mi presento)

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Esiste qualcosa, là fuori, che sfugge ad ogni classificazione, o quanto meno a quelle ufficialmente riconosciute. Pallidi indizi di esistenze oscure si trovano in quei polverosi bestiarii medievali delle biblioteche più antiche, oppure nelle leggende e nei racconti del focolare che occupano tanta parte del folklore. Qualcosa esiste, ed io lo so.

Sono un medico e lascio questi scritti sparsi non tanto affinché qualcuno li legga, ma per avere memoria di quello che è accaduto, che accade, e che probabilmente avverrà nella mia vita.

Tra le poche cose che una famiglia di rari intrecci nobili ha tramandato a mio padre esistono anche alcuni volumetti in cartapecora, pieni di appunti ed osservazioni. Lo scrittore era il principe di Sangro, celebre per le sue macchine anatomiche conservate a Napoli. Io le ho viste. Inquetanti e bizzarre. Alcuni studiosi hanno accertato che la disposizione vascolare sia quanto meno inconsueta, e che quei resti mummificati fossero un “jeu”, un divertissement di una mente colta. Ma forse non è così.

Tra quegli appunti traspare una verità diversa.

L’avo di mio padre aveva intuito la verità: forse non siamo soli.

Qualcosa esiste, ed io lo so.

Due quadernetti fitti di note non sono una prova. La prova la dà l’esperienza.

Da giovane studente mi capitò di svolgere esami sulla salma di un ragazzo dilaniato da cani, o così diceva il referto del medico di guardia e del magistrato.

Mi accorsi con sgomento che la dentatura di quei cani non era esattamente quella che ci si aspetterebbe. Il professore commentò con un sorriso che si trattava certamente di animali dalla dentatura prognata, più arrotondata di quella consueta. Alle mie insistenze mi stroncò seccamente chiedendomi quanti film horror avessi visto.

In questo momento sto osservando il calco di uno di quei morsi, uno dei più integri in quell’atto di deliberata macelleria che era diventato il corpo straziato dalle zanne.

Sono denti umani. O, per dirla come Spock, “di specie umanoide”. Più grandi, più aguzzi, più robusti di quelli che in genere possiede un comune mortale come me, quello è certo. Ma umani.

Una donna di mezza età che lavora in campagna e viene colpita da un fulmine durante un’assolata giornata d’agosto… A me questo evento genera quesiti. Quello che sembrava uno splendido tatuaggio tra i suoi seni flaccidi ed attorno al collo, non era altro che il segno del metallo fuso di una collana, con un medaglione. Da una foto ne ho tratto un modello virtuale e l’ho fatto ricostruire da un orefice, cercando di utilizzare i materiali originali, ricavati dalle analisi autoptiche. Il piccolo medaglione somiglia ad una piccola chiave attorno alla quale si intrecciano un viticcio ed un serpente, sormontata da un paio di ali. Faccio scorrere tra le dita questo gioiellino, fatto di elettro. Che bizzarria, per una “villana”, come si chiamano qui, indossare qualcosa del genere in campagna. Casualità. Forse. Così come quel bambino con la lingua bifida. Uno scherzo della natura, o forse i genitori incauti che in viaggio di nozze visitano il Giappone poche settimane dopo Fukushima. Non sono un fisico nucleare, ma vorrei proprio conoscere il meccanismo in base al quale un bambino altrimenti sano nasce con una lingua di serpente e viene trovato morto poche ore dopo la nascita nel nido dell’ospedale. Morto “soffocato”, faccio notare al pediatra. Esame autoptico negato, non richiesto e non effettuato. E mi resta solo qualche foto rubata col cellulare e la rabbia e la frustrazione di non aver capito cosa sta succedendo.

Le mie cartelle sono piene di queste vicende. Le ho sotto chiave in un vecchio armadio in soffitta, ma sto cercando di digitalizzarle tutte, per poi distruggere gli originali e celarne le copie virtuali alla vista.

Sarei certamente confuso con qualche pazzo visionario, se si sapesse quello che penso.

Vivo in un vecchio palazzo di Manduria, sul viale della stazione, che da anni era in vendita. Sotto, al “jackpot”, in quello che anni fa era uno dei pub più frequentati del paese (il pepe nero… ci ho passato la sbronza della notte prima degli esami!), casalinghe e contadini bruciano i loro risparmi alle slot o al dieci e lotto. All’angolo staziona sempre un vecchio baffone basso, che prima guidava i bus ma poi ha fatto carriera e, per qualche mese, è diventato assessore. I misteri di questa cittadina dalla storia antica e oscura.

Divido i miei spazi con Seth, il mio cucciolone. Un mastino inglese che mangia più di dieci persone e occupa la maggior parte della casa. Con lui spesso giro per le campagne dei dintorni, fino a Oria, Avetrana o Maruggio. Nel tempo libero mi piace appropriarmi, o riappropriarmi, del senso di appartenenza che non ho mai avuto, avendo vissuto buona parte della mia vita a Bologna, città di origine di mia madre, i pochi anni del liceo qui, e poi di nuovo al Nord. E’ l’istinto, o forse qualche filamento di DNA, che reclama conoscenza.

Dopo i miei studi al Rizzoli, sono diventato un traumatologo e sono tornato. Lavoro al pronto soccorso, vado in giro di notte con l’ambulanza del 118 e a volte mi sembra di scorgere un’ombra nascosta tra le ombre, ma credo sia solo la mia immaginazione, stimolata dal verso solitario di una civetta.

Odio i rapporti umani. Ne ho fin troppi al lavoro: bambini urlanti e motociclisti trascurati, vecchie cadute dalla scala e parenti afflitti dal dolore. Troppi, troppa umanità piangente. Non ho tempo anche per i parenti piangenti, altrimenti avrei fatto lo psicologo. Ma pare che non li posso cacciare quando mi assillano con le loro domande, l’espressione stolida di chi non ci ha capito assolutamente nulla, o quando mi minacciano di ritorsioni per non aver salvato la vita di una novantacinquenne che è scivolata in bagno e ha urtato la testa contro il cesso.

Sorridi e passa avanti.

Mi incoraggia la consapevolezza che qui, nel pronto soccorso dell’Ospedale Giannuzzi di Manduria, ho la possibilità di VEDERE ciò che si nasconde tra le miserie umane, messe a nudo da un improvvisa caduta o da un infarto. Alcuni direbbero che sono cinico. Io dico di essere semplicemente realista. C’è qualcosa, lì fuori, e io lo so.

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2 risposte a “Giulio Acquaviva (prosaicamente, mi presento)

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