“Oh… Il Diavolo” (terza parte)

Casa mia potrebbe essere considerata una di quelle palazzine signorili che sorgono sulle vie più importanti di qualunque centro abitato d’Italia. Una casa troppo grande per una persona – così, credo, mi vedano gli altri – troppo sola. Non che mi interessi l’opinione degli altri su di me: ci ho provato, non ci sono riuscito, vivo insieme a Seth, fine.

Ed erano proprio i guaiti prolungati di Seth che provenivano da dietro al portoncino? O forse me li stavo sognando, come tutto il resto?

Essere accolto da guaiti che raggelano il sangue è piuttosto inconsueto per chi convive con un mastino inglese: di solito quasi cento chili di cane ti saltano addosso per festeggiarti…

Lanciai uno sguardo ai miei occasionali accompagnatori: a quanto pare li sentivano anche loro. Storsi appena il naso e mentre aprivo la porta provai a chiamare Seth per rabbonirlo. Gli altri mi seguirono sui gradini.

Il portoncino lasciò entrare una lama delle luci arancio della strada, i miei occhi non erano ancora abituati alla penombra, ma la vidi.

Una forma nera che si allontanava dal mio cane e fuggiva indietro, verso la finestra che dà sul cortile dall’altra parte.

Fuggiva… ma non è proprio quello che faceva. In realtà, la stavo vedendo ritrarsi ai bagliori che provenivano dalla strada. Mi sfuggì un “Oh cazzo!”, di tutto cuore, che spinse Antonio ad affacciarsi all’ingresso, e dopo di lui anche Gregorio e Roland. Penso che avessero conto tutti e tre quel movimento d’ombra.

Seth era lì, rannicchiato davanti all’ingresso. Mi chinai su di lui e ci vollero più di una coccola e due parole per calmarlo, tanto più che, dopo aver acceso la luce, mi accorsi che al lato del collo, tra la peluria color crema, si annidavano due puntini insanguinati, come se due punteruoli affilati e sottili avessero perforato la sua pelle.

Sgomento, raggiunsi la borsa medica che tengo vicino all’ingresso, mentre indicavo agli altri di entrare, ma senza far troppo caso a loro, per poter medicare Seth. Avevo momentaneamente accantonato l’ombra.

Non ci volle molto per medicarlo, le ferite erano molto superficiali. Intanto gli altri si guardavano attorno, anch’essi abbastanza confusi e disorientati da quanto era successo: prima, al pub, e poi qui.

Già… ma cosa era successo? Cosa stava succedendo esattamente? A questo, mi costrinsi a pensare mentre tornavo ad occuparmi dei miei ospiti.

“Avete visto anche voi?”. Ronald annuì e balbettò qualcosa che, dopo un’attenta analisi paleologica, doveva suonare più o meno come: “La stessa ombra della birreria”. Pare che la parola “birreria” nasconda insidie glottologiche di rara crudeltà.

Preso un respiro, mi avvicinai alla finestra dall’altra parte dell’atrio. Era chiusa. La spalancai, mi affacciai ma non si vedeva assolutamente nulla, se non i bagliori lontani di Manduria illuminata scarsamente per la notte. L’aria era stranamente fresca. Piuttosto fresca per essere una notte d’estate.

Ma per quale strano motivo un’ombra, ammesso che non sia un’allucinazione collettiva, si trova in casa mia?

Provai a riflettere con più lucidità. “Se è un’ombra”, lo dissi ad alta voce, come a voler rendere partecipi gli altri delle mie riflessioni, “ci deve essere sicuramente un corpo che la proietta, da qualche parte”. Quelle riflessioni non parvero acquietarmi, né me né gli altri, a dire la verità. Decisi che era arrivato il momento di guardarmi attorno: mi sembrava come se quella dove mi trovavo non fosse casa mia, come se all’improvviso mi fossi accorto di aver vissuto gli ultimi anni della mia vita in un posto sconosciuto. Mi sorpresi a trasecolare; quello in cui mi trovavo, di punto in bianco era diventato un luogo estraneo, che nasconde ombre ed in cui nemmeno il mio enorme cane si sente al sicuro.

Proprio mentre gironzolavo per casa, con gli altri alle calcagna, smarriti quanto me, mi accorsi che, nello studio, l’alimentatore  del mio Mac era staccato e abbandonato come un serpente morto in mezzo alla stanza. La presa di corrente era imbrattata di una sostanza scura, a prima vista viscida e gommosa. Un odore strano permeava lo studio: un intenso odore di formaldeide. Il mio cuore mancò un battito.

Allora davvero qualcuno è stato qui. Né io né Seth imbrattiamo la casa di merda, e non uso di certo la formaldeide… non sono un fottuto medico legale, io.

Quello che avevo fino a quel momento soltanto pensato, stavolta lo dissi ad alta voce. Forse in maniera più colorita di come l’avevo formulato mentalmente: “Cosa cazzo sta succedendo?”.

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